Cerchi “Vatican” su Google? Il primo risultato è pedofilo.com

Stava per diventare un caso “diplomatico” senza precedenti. Ventiquattro ore di imbarazzo totale: la stampa che si scatena in una ridda di ipotesi; i cospirazionisti in orgasmo; i critici della Chiesa in brodo di giuggiole; l’ufficio stampa vaticano con l’ascia in mano, ma soprattutto i vertici di Google basiti nei loro uffici nel panico totale. Ma andiamo con ordine:
Tutto comincia una settimana fa, tra il 16 e il 17 luglio. Qualunque persona al mondo in quei giorni avesse immesso la parola chiave “Vatican” su Google si sarebbe imbattuta in un primo risultato (su un totale di oltre 68 milioni di siti) quantomeno curioso: più in alto persino del sito ufficiale di stato vatican.va, ecco in bella mostra l’imbarazzante pedofilo.com. All’interno del sito non vi era alcun contenuto pedopornografico, ma di per sè la semplice denominazione del dominio associato alla Santa Sede deve aver fatto sobbalzare dalla sedia più di un cardinale. Passano le ore e la stampa internazionale si scatena: “è un attacco di hacker al Vaticano” sentenziano i più. Più realistici altri media, come Repubblica in italia: “si tratta di un googlebombing“, tecnica che consiste nel bucare l’algoritmo di google e piegarlo secondo i propri interessi. Così, mentre l’ufficio stampa vaticano chiedeva spiegazioni, nel frattempo a Mountain View in California, sede centrale di Google, l’imbarazzo era fortissimo. Dopo ore di febbrile lavoro, finalmente i tecnici dell’azienda sono riusciti a “riparare” l’errore, dichiarando che non era accaduto alcun bombardamento. La parola chiave “vatican” non era più associata al sito pedofilo.com, ma ancora non era chiaro cosa fosse successo, e come. Infine, lo svelamento: niente hacker, cracker o anarcoinsurrezionalisti. Si è trattato semplicemente di una dimostrazione di forza di un sito messicano che si occupa proprio di posizionamento siti su Google. Digitando ora l’indirizzo pedofilo.com si viene automaticamente ridiretti su GuionBajo.com, azienda informatica messicana che, non senza ragione, titola a tutto schermo: “Siamo i migliori nel posizionamento di siti. Ora tutto il mondo lo sa”. Un colpo da maestri, se vi aggiungiamo il fatto che non ci sono gli nemmeno gli estremi per una denuncia di diffamazione: i messicani non hanno certo dato dei pedofili a nessuno, si sono limitati a volgere a proprio favore il funzionamento dei segretissimi algoritmi di Google. E’ stata un’autopromozione, non un’azione politica dal basso. Eppure, di fatto lo è stata.

1 Response so far »

  1. 1

    Kons said,

    chapeau!


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