Archive for libertà di stampa

Gheddafi: dar dar, zenga zenga, e… Foggia in A

L’agenda setting dei mezzi di comunicazione di questo marzo 2011 pare dominata dal disastro del terremoto di Fukushima e dalla rivolta in Libia ormai sostenuta da un’operazione militare internazionale.

Del primo disastro abbiamo già parlato qui. E sul rapporto tra lo spettacolo del dolore giapponese e l’abbondanza di immagini sui social network c’è un interessante articolo di Mary Elizabeth Williams. Del dolore dei libici non sappiamo nulla o quasi: sono poche le immagini che ci arrivano dai nostri vicini di casa, quasi tutte successive ed inerenti all’entrata in azione (o dovremmo dire in guerra?) delle potenze occidentali. E così finiamo per essere più partecipi di un dramma lontano come quello giapponese, e giù con dichiarazioni ufficiali, pagine su Facebook, gallerie su Repubblica, etc..

Della Libia insomma abbiamo quasi solo le immagini pubbliche del capo, di Muʿammar Abū Minyar al-Qadhdhāfī, meglio noto come Muammar Gheddafi. Sono dunque le posture, le parole, i tic del suo discorso alla nazione a costituire la materia prima da cui la jungla estrae contenuto grezzo e lo modella fino a dare forma al proprio messaggio virale. Eccone un paio.

Qui lo Zenga Zenga Remix di Noy Alooshe (israeliano di origine tunisine), che è già un pezzo scaricabile da i-Tunes, con più di 3 milioni di views in 30 giorni e tantissimi commenti..

E poi c’è la spassosissima confessione della fede calcistica del leader, che non sarà passata inosservarta neppure a Torino, dove la Libia vanta una quota societaria della Juventus.

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Il Giappone, Greenpeace, Facebook, Twitter..

Oggi si parla del Giappone e del sisma devastante che lo ha colpito, ma senza farlo vedere, perchè sarebbe troppo facile. Si parla di Giappone e di Italia, perchè prima che il cinismo da una parte e la comunicazione narcotizzante dall’altra vizino l’aria della jungla, sarebbe bene mettere un paio di punti.

Il primo è che mentre scrivo pare che il reattore #1 della centrale di Fukushima sia completamente esposto, mentre il reattore #2 continua a registrare malfunzionamenti all’impianto di raffreddamento. Il rischio, manco a dirlo, è quello di una fusione del nucleo, un’eventualità che nessuno per ora sembra preparato ad attendere. Magilla non è esattamente imparziale, ma ci si può fare la propria idea sulla situazione consultando i tweets in continuo aggiornamento qui. Da noi la jungla sembra tacere, ma il dibattito sulle energie alternative in compenso è molto attivo sui social network: basti pensare al video, ed alla pagina Facebook aperta da tempo da Greenpeace, che si oppongono alle scelte energetiche del colosso guidato da Marc Zuckerberg (orientate verso il carbone prima ancora che “al nucleare”). La situazione del Giappone, nella sua disperata drammaticità, rappresenta insomma una parte di un problema ben più complesso (a cui a titolo d’esempio, la Germania risponde con un programma che la porterà entro il 2050 a procurarsi l’80% del proprio fabbisogno energetico tramite energie rinnovabili).

Il secondo, appunto, è che Magilla non è imparziale. Non lo sono neppure i milioni di euro piovuti sul sostegno al nucleare in Italia: della campagna di comunicazione del forum sul nucleare se ne è già parlato in questo post e su Disambiguando.  Al di là delle tesi di Chicco Testa & Co. resta un dubbio: perchè non aprire ora un serio discorso sul nucleare? Se si teme che, a causa degli incidenti in Giappone, un “effetto Chernobyl” distorca il dibattito pubblico, non sarebbe il momento opportuno per lanciare un’operazione trasparente di informazione scientifica. O dovremmo forse pensare che il Forum sul Nucleare ha paura della jungla?

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Non ci sono più gli (antichi) egizi di una volta #3

Dove non arrivano i bit, a volte arriva la carta. Sono tante le notizie che giungono dal Nord Africa, e la situazione libica resta in rapida evoluzione, i grandi network dell’informazione fanno fatica a stare dietro ad una rivoluzione “senza volto”. Quello che manca alla protesta libica per poter essere raccontata sui media infatti è quel tripudio di facce e quella comunicazione diretta con il resto del mondo (per quanto difficoltosa), che invece abbiamo visto al Cairo nel mese scorso. Dai 140 caratteri dei post su Twitter da Tahrir Square (di cui abbiamo parlato in questo post) sta per essere pubblicato un libro, una raccolta di voci dalla jungla di partecipanti alle proteste culminate nel giorno 11 febbraio, quando Mubarak ha annunciato le proprie dimissioni.

Nadia Idle e Alex Nunns, i curatori di “Tweets from Tahrir” (in vendita a partire dall’11 aprile al prezzo di 12$),  stanno raccogliendo, oltre al materiale, anche la liberatoria di ogni singolo utente Twitter di cui sarà pubblicato il post. A quanto pare tale liberatoria consentirà alla casa editrice OR Books di fare a meno di un’autorizzazione esplicita da parte di Twitter, senza violarne alcuna norma. Oltre ovviamente alle implicazioni sul copyright in materia di pubblicazione, è interessante notare come un messaggio sia rimbalzato dalla piazza sui socialnetwork per andare a finire in un libro: in barba alle teorie sui vecchi e nuovi media, la jungla cerca di farsi sentire, sempre.

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Non ci sono più gli (antichi) egizi di una volta #2

Per riprendere l’argomento trattato nel precedente post, vorrei solo presentare un paio di esempi calzanti.

Innanzitutto l’attualità: per gli utenti di twitter è tutto sommato semplice tenersi in rapidissimo e costante aggiornamento sulle proteste di Midan El Tahrir (Tahrir Square) – Il Cairo. Purtroppo le ultime notizie non sono incoraggianti (in questo preciso momento è in corso un massacro secondo alcuni testimoni dalla piazza e si cercano dottori proprio via Twitter), ma qui si può capire con che rapidità vengano aggiornati gli utenti, e dunque la reale importanza di questo strumento anche  per la sicurezza dei dimostranti.

E poi uno spunto più celebrativo sempre sulle proteste del Cairo con questo video virale cliccatissimo nel giro di meno di una settimana: The Most AMAZING video on the internet #Egypt #jan25

Tempi duri per chi cerca di conttrollare il flusso di informazioni insomma. Dai voce alla jungla!

The Most AMAZING video on the internet #Egypt #jan25

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Non ci sono più gli (antichi) egizi di una volta #1


E’ un altro di quegli argomenti ai quali non ci si può sottrarre, vuoi per l’attualità, vuoi per la vicinanza geografica, vuoi per il mix originale di nuovi e vecchi media: in ogni caso il movimento di protesta che ha attraversato Algeria, Tunisia ed ora l’Egitto sembra sospeso in un tempo che non ci appartiene e che facciamo fatica a decifrare.

Sono paesi dove l’accesso ai mezzi di comunicazione è limitato prima dall’alfabetizzazione (dunque dal reddito) e poi dalle leggi tutt’altro che liberali, ma ciò non ha impedito ai primi manifestanti di radunarsi grazie soprattutto a Facebook e Twitter. Se la rivoluzione iraniana del ’79 procedeva a colpi di “small media” (audiocassette, volantini… mica RadioAlice), i “moderni egiziani” non sembrerebbero in grado di produrre molto altro che fogli A4 o lembi di cartone scritti a mano, salvo poi essere capaci di darsi appuntamento in 2 milioni di persone grazie anche alle nuove tecnologie. Come la stampa, la radio e la tv anche i social media stanno diventando uno strumento per mobilitare le persone e promuovere una cambiamento politico.

Questo post è perciò dedicato a tutte le donne e a tutti gli uomini del Nord Africa che in questi giorni sono al lavoro per migliorare il proprio paese. Soprattutto è dedicato a questa donna ed alla sua “intervista perfetta” che sta facendo il giro del mondo. Su una piazza Tahir gremita di uomini che esibiscono davanti alla telecamera cartelli in arabo e sorvolata dagli elicotteri, una donna rilascia liberamente un’intervista in un inglese carico di orgoglio, speranza e dignità. E la jungla ha qualcosa di nuovo da imparare.

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Bavaglio ai blog: firmate e diffondete l’appello

Cari scimmioni, la situazione è seria. La jungla è sotto attacco. Se la legge passasse con gli emendamenti attuali, potremmo diventare il primo e l’unico Paese al mondo nel quale un blogger rischia più di un giornalista. I blog sarebbero così sottoposti ad obbligo di rettifica entro 48 ore nel caso in cui qualcuno si senta diffamato da un post (in buona o cattiva fede) tanto quanto un organo di stampa normale, ma senza le stesse coperture legali. La spada di Damocle di una sanzione fino a 12.500 euro, oltretutto, significa di fatto dissuadere ogni blogger dall’occuparsi di temi scottanti o controversi. Un forte incentivo all’autocensura, pensato ad hoc per il web. In questo momento decisivo per la libertà dell’informazione è quindi fondamentale reintrodurre il dibattito sul comma 29 dell’art. 1 del ddl nel corso dell’esame in Assemblea, permettendo la discussione sugli emendamenti che verranno ripresentati in appropriata sede. Molti sono i soggetti che si stanno attivando: da Valigia Blu ad Articolo 21, dal giornalista al blogger anonimo. Quel che possiamo fare da subito è rilanciare la raccolta firme: siamo già a più di 10.000.

L’appello di Valigia Blu si può firmare direttamente on line, sulla pagina Facebook “No Bavaglio alla rete”.

Questo è invece l’appello del giurista Guido Scorza, che sottoscrivo in pieno e vi invito a diffondere.

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