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Donate parti del vostro corpo. Hanno aperto un ristorante per cannibali a Berlino

Forse ne avrete sentito parlare: è durata poco, ma abbastanza per fare rapidamente il giro di mezzo mondo. Tutto comincia come una notiziola semplice semplice: apre un nuovo ristorante a Berlino, il Flimè. Particolare non indifferente: si mangia carne umana. E chiede “donazioni” volontarie per il proprio menù.

Tra il sito e il video di lancio su YouTube, un paio di giorni ed è subito delirio: più di centomila views, il sito praticamente collassato dalle visite, tonnellate di conversazioni online, articoli stampa in tutto il mondo. E senza tralasciare il tutto esaurito – sessanta posti – per la serata inaugurale. Così tanta è stata l’attenzione generatasi (più di quella che gli stessi autori si aspettavano) che già al quinto giorno si sono decisi a rivelarsi: la bufala è del Vegetarierbund Deutschland –  VeBu, la fondazione culturale dei vegetariani tedeschi. Risoluti a far conoscere il proprio punto di vista sul consumo di carne, pare proprio ci siano riusciti. Azzeccatissimo anche lo slogan, “Every piece of meat is a piece of mankind”; nella logica della supercazzola, un riferimento alle motivazioni antropologiche del cannibalismo, in chiave vegetariana, un pilastro delle loro posizioni.

Buone banane a tutti.

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I Support Tacheles: una mobilitazione web per salvare la comune artistica più incredibile di Berlino

Era la primavera del 1990: Berlino era tutto un brulicare di gru, demolizioni e ricostruzioni. In una surreale atmosfera post-atomica di palazzi ancora feriti dalle granate russe della guerra – specie quelli rimasti nella parte est della città, come il vecchio centro storico – le due Berlino si stavano saldando a suon di nuove costruzioni.

Fu proprio in uno di questi palazzi in via di demolizione che un gruppo di artisti e pazzoidi di varia specie si installò, trasformandolo in una comune artistica/galleria d’arte sui generis. Il vecchio Grande Magazzino d’anteguerra (o meglio, l’ala del palazzo sopravvissuta alle bombe) è diventato allora uno dei luoghi più incredibili della città, polo catalizzatore delle tante culture underground artistiche d’Europa. Lo ribattezzarono Tacheles, che in Yiddish significa parlare chiaro, senza censura; un riferimento alla censura di stato verso gli artisti nella  DDR, limitati nell’espressione e costretti a celare il vero significato delle loro opere.
Molte sono state le battaglie sostenute in questi anni dagli attivisti per evitare lo sgombero causa speculazione edilizia trionfante; ma mai come in questo momento la demolizione rischia di diventare una realtà – l’area è valutata oltre i 50 milioni di Euro, mentre il Land di Berlino ha un debito superiore ai 60 miliardi e riceve allettanti offerte per la costruzione di un nuovo Grande Magazzino.

Così, un fotografo berlinese, Petrov Ahner, ha lanciato la sua viralissima battaglia online in difesa della Casa dell’Arte berlinese. Giornalmente dal suo blog I Support Tacheles spedisce mail e chiede adesioni, che  sono subito cresciute in maniera esponenziale in pochissimi giorni. Per dare la propria solidarietà basta scaricare il pdf che recita la dicitura “I support Tacheles”, fotografarsi e spedirla sul web. Nel frattempo, gli attivisti sono anche usciti per le strade, organizzando flashmob di protesta davanti ai grandi magazzini KaDeWe di Alexander Platz.

Le ruspe incombono, ma chissà… se il popolo della rete farà sentire il suo peso e la sua voce, forse questo incredibile luogo non sparirà.

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